Riceviamo un chiavetta USB visibilmente danneggiata. Il cliente riferisce essersi rotta a seguito di un forte urto mentre era collegata al computer.
A causa della forte torsione il chip (con fattore di forma TSOP48) è rimasto privo dei piedini su un lato e una parte di essi sull’altro che sono rimasti attaccati alle saldature sul PCB.
Sono visibili per alcuni piedini piccole parti metalliche rimaste attaccate al corpo del chip. Purtroppo per alcuni di essi invece mancano completamente. Da un esame microscopico risulta tuttavia che il chip ha fortunatamente la sua integrità e non presenta ne microfratture ne parti mancanti.
Con una delicata operazione abbiamo proceduto quindi a rimuovere piccole parti del polimero protettivo del chip in modo da rendere visibili aree metalliche sufficienti a creare nuovi collegamenti temporanei. L’operazione è resa particolarmente complessa in quanto il die di questo tipo di chip è collegato ai piedini con un bonding molto sottile e quindi fragilissimo. Una volta terminata l’operazione procediamo al collegamento di un filo di rame del diametro di 0,10 mm
Nella foto è visibile il collegamento delle linee dati D0-D7, verranno poi collegate le linee di comando. Prima di poter interfacciare il chip è stato poi necessario collegare linee di alimentazione supplementari in quanto questo specifico modello aderendo allo standard ONFI 2.2 richiede speciali linee supplementari non presenti normalmente nei modelli con fattore di forma TSOP48.
Una volta proceduto all’interfacciamento il recupero è stato eseguito con successo.
Chip con piedini rotti: i dati sono ancora dentro
Quando una chiavetta si spezza per un urto o una torsione — come nel caso del chip TSOP48 rimasto privo di alcuni piedini — la prima cosa da chiarire è che i dati risiedono dentro il chip di memoria, non nei piedini. Se all’esame microscopico la matrice del chip è integra, il contenuto è quasi sempre recuperabile: il problema non è dove sono i dati, ma come tornare a leggerli nonostante i contatti danneggiati.
Come si legge un chip con i contatti danneggiati
In laboratorio il chip viene rimosso dal circuito e, dove i piedini o le piazzole sono rovinati, si ricostruiscono i contatti (rebonding/reballing) per poterlo inserire in un programmatore e leggerne il contenuto grezzo. Da quell’immagine, applicando gli algoritmi del controller, si ricostruiscono file e cartelle. È un intervento di microelettronica che richiede strumentazione dedicata e non è replicabile in casa: ogni tentativo manuale sui contatti rischia di danneggiare definitivamente il chip.
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